Willy Monteiro Duarte

Da Incel Wiki Italiana.

Willy Monteiro Duarte è stato un ragazzo 21 enne (nato nel 1999) di origine capoverdiana che viveva a Colleferro, un piccolo paese in provincia di Roma, in Italia e sognava di diventare cuoco.

E' noto per essere morto nel 2020 a seguito di un brutale pestaggio da parte di un gruppo di Chad mentre cercava di difendere un suo amico.[1][2]

Il gruppo di Chad, prima di massacrare Willy, stava facendo sesso selvaggio nei paraggi di un cimitero con delle ragazze di cui non sapevano neanche il nome.[3][4]

Dall'autopsia risulterà che il gruppo di Chad ha colpito Willy così violentemente da spaccargli il cuore.[5]

E spappolargli il fegato.[6]

La società normie impietosita e imbarazzata deciderà di regalargli una medaglia d'oro post-mortem, rendendolo eroe nazionale.

Analisi dell'incelosfera italiana[modifica]

L'amministratore di un forum Incel italiano, Deusfur, scriverà riguardo all'episodio:

Il 21enne Willy Monteiro Duarte arriva, assieme ad un gruppo di amici, a Colleferro il giorno domenica 6 settembre, all’1 di notte circa. Nei pressi del parchetto si trovano anche i quattro presunti responsabili della sua morte: i fratelli Gabriele e Marco Bianchi, Francesco Belleggia e Mario Pincarelli, tutti di un’età compresa tra i 22 ed i 26 anni, e sempre tutti e quattro protagonisti di varie vicende nella zona, tra cui numerose risse ed eventi di spaccio di droga. C’è poi un altro gruppetto di Colleferro di cui fa parte il 21enne Federico Zurma, ex compagno di scuola di Willy.

Verso le 2:30, al locale “Duedipicche” iniziano a generarsi i primi screzi tra le comitive, iniziando da uno schiaffo dato ad un giovane dal 23enne Belleggia (secondo gli interrogativi il movente sarebbe stato qualche sguardo dato ad una ragazza, qualche like di troppo sui social e alcuni commenti poco gentili). Nel frattempo Willy esce dal locale e nota l’amico Zurma strattonato da Belleggia. Allora vi si avvicina intimando Belleggia di smetterla; quella frase vi risulterà poi fatale.

Sono circa le 2:40 di notte quando i cosiddetti “giovani di Artena”, i presunti responsabili dell’omicidio di Willy, fanno arrivare i primi rinforzi. Infatti, dopo aver parcheggiato la loro Q7 al buio, fanno irruzione i due fratelli Bianchi, i quali entrano e prendono il controllo della rissa, prendendo soprattutto di mira il ventunenne Willy, che poi esclamerà “Basta, smettetela, basta! Non respiro più!”

Secondo alcune testimonianze uno o più dei componenti del gruppo avrebbero saltato più volte verso il corpo inerme del giovane, il quale ormai non riusciva più a respirare. Intanto Willy rimane forte e tenta di resistere, cercando di rimettersi sulle sue gambe e fuggire via, ma viene bloccato da uno dei due fratelli Bianchi, che gli tira un pugno in testa, facendolo cadere sul pavimento. Tale pugno risulterà poi il motivo finale della sua morte. Dopo aver ridotto in fin di vita il giovane Willy, i giovani si danno alla fuga con l’aiuto di un quinto indagato e vanno a bere nel bistrot di Alessandro Bianchi, fratello di Marco e Gabriele.

Nelle varie cittadine della periferia romana, dove è accaduta la barbarie, gli aguzzini di Willy erano dei noti piantagrane, dei bulli che picchiavano persone innocenti per puro spirito di prevaricazione, forti del fatto di praticare MMA. Ed erano anche noti per essersi ripassati tutte le ragazze della zona. Due di loro, i fratelli Marco e Gabriele Bianchi, poco prima di andare ad accanirsi contro un ragazzino gracile fino ad ammazzarlo, si trovavano dietro a un cimitero e stavano facendo sesso con tre ragazze appena conosciute (almeno stando a quanto riferito dagli stessi Bianchi). Nonostante le varie avventure clandestine, Gabriele Bianchi era addirittura fidanzato con la figlia di un politico, tale Silvia Ladaga, a sua volta ex candidata di Forza Italia. Il che dimostra -nel caso ce ne fosse bisogno- che l’attrazione verso i tamarri/criminali prescinde dal ceto sociale.

Questa brutta storia sbugiarda in un sol colpo anni di retorica anti-redpilliana.

Sbugiarda i giornalisti secondi i quale gli incel sarebbero persone pericolose e potenziali stragiste. Come possiamo ben notare, la maggior parte dei crimini e dei ‘femminicidi’ che saltano agli onori della cronaca sono commessi da individui con alle spalle un’abbondante attività sessuale, il che è perfettamente agli antipodi da ciò che rende un individuo incel.

  • Sbugiarda le femministe che criticano la mascolinità tossica, ma alla fine sono attratte e si concedono ad individui che ne sono la massima espressione, alimentandone loro malgrado il culto.
  • Secondo voi tra Willy e suoi killer, chi aveva maggior successo sessuale? Penso che con un po’ di onesta intellettuale ed esperienza di vita vissuta, ciascuno di voi in cuor proprio già sappia la risposta; ed anzi, non mi stupirei affatto se Willy stesso, con la sua aria da bravo ragazzo, il fisico pulito e mingherlino, fosse stato un incel a tutti gli effetti.
  • Sbugiardano le donne in generale, che accusano gli incel di non attrarre per via del loro pessimo carattere o della latente misoginia. Di conseguenza dovremmo dedurre che i killer di Artena avessero un “bel carattere”, di quello in grado di attrarre la stragrande maggioranza delle donne. Giusto? A bhe, chapeau.

“Spesso il pregiudizio porta a sostenere che la politica si limiti a mettere al primo posto i propri interessi, ma non è così, perché la politica è anche e soprattutto senso civico, attaccamento al territorio e voglia di vederlo migliorare”. Sono parole che Silvia Ladaga, figlia di Salvatore Ladaga, coordinatore di Forza Italia a Velletri, consigliere comunale e uomo il cui curriculum è una vera e propria miniera, tra incarichi pubblici e attività private, ha pronunciato alla presentazione del proprio comitato elettorale. Era presente anche lei, secondo la testimonianza dell’allenatore degli accusati rilasciata a “Repubblica”, la sera in cui il suo fidanzato Gabriele Bianchi, da cui ha già avuto un figlio e un altro ne aspetta, ha massacrato a morte Willy Monteiro. L’uomo tra l’altro, qualche mese fa era comparso su Rai3 nella parte del ragazzo coraggioso, del venditore ambulante di frutta e verdura che sfidava la crisi e riapriva la sua attività. Senso civico e attaccamento al territorio, avendo una relazione (e un figlio) con una persona nota alle forze dell’ordine, violento, coinvolto in risse, esattore dei pusher… che senso civico e che attaccamento al territorio… Quello che sappiamo, effettuando una ricerca in rete, è che Gabriele era l’incubo dei giovani della zona, che il suo stile di vita, ostentato sui social, non era compatibile con quello del venditore ambulante (attività che probabilmente ha svolto solamente il giorno di quella comparsata in TV) e che era stato oggetto di diverse denunce. Nelle sue immagini ripescate sui social, gran parte delle quali ora cancellate o nascoste, lo si vede in pose da duro, da “combattente”, orologi di marca al polso, barche, cavalli che sniffano cocaina, tatuaggi e tutto un impressionante armamentario di spacconeria e volontà di prevaricazione. A fronte di tutto questo, oltre a forzare il discorso parlando di azione razzista, ora si parla ovunque e insistentemente anche di “maschilità tossica”. E su questo occorre soffermarsi perché la “tossicità” di tali esemplari di maschio era piuttosto nota e conclamata ed è lecito quindi attendersi che, data la loro bassezza morale e culturale, saranno stati sicuramente dei reietti, emarginati e respinti dalle donne, giusto? Sbagliato. Facendo un giro tra le loro pagine nei social, oltre ad abiti firmati, ville, feste e quant’altro, non mancano le ragazze. Ma attenzione: si tratta di donne che non appartengono al sottoproletariato, bensì all’alta borghesia, proprio come Silvia Ladaga, che ora, per salvare la carriera politica verso cui era proiettata, da giorni fa sparire dal web foto, video e tutto ciò che fino a ieri aveva orgogliosamente messo in piazza di sé e della sua vita con Gabriele Bianchi.

Queste fanciulle, così numerose attorno i machos di Colleferro, smentiscono insomma uno degli assunti principali della teoria femminista sulla “maschilità tossica”, quella secondo cui verso un uomo violento mai ci può essere una preferenza femminile. E se c’è, si tratta di “donne vittime” o di “patriarcato interiorizzato”. Eppure le testimonianze e le immagini parlano chiaro: quelle donne e ragazze sembrano tutto tranne che vittime, e se hanno interiorizzato il “patriarcato”, l’hanno fatto presto, volentieri e con un entusiasmo piuttosto evidente. Tanto da far pensare che non si trattasse per l’appunto di “patriarcato”, ma di qualcos’altro. Mascolinità tossica, dicevamo. Da una pagina femminista apprendiamo: <<La mascolinità tossica così come le nozioni che sostengono che gli uomini debbano agire in maniera predominante ed aggressiva in modo da ottenere rispetto, è un concetto che potrebbe essere originato dalla perpetrazione della cultura patriarcale, afferma Ross Williams. Egli crede inoltre che gli uomini abbiamo il dovere di riconoscere il loro stato di privilegio nella società moderna e che così facendo questo contribuirà a buttare giù quello che è il corrente status che conduce alla mascolinità tossica. “Per smantellare e disinnescare la mascolinità tossica, le persone dovrebbero essere disposte a mettere in discussione i loro stessi privilegi, cosa che non in molti farebbero, proprio perché dona a molti uomini un vero e proprio vantaggio nel mondo” sostiene sempre Ross Williams.

Secondo le tesi femministe quindi -alle quali i fatti di violenza interessano solamente quando colpiscono delle donne- i comportamenti violenti messi in atto da certi uomini (quanti, statisticamente?) sarebbero il prodotto di un privilegio che gli uomini detengono nella società rispetto alle donne e che li porta ad essere violenti innanzitutto contro le donne e solo raramente contro altri uomini. Dietro un uomo violento quindi, secondo questa tesi, mai ci può essere una preferenza femminile, mai. E se c’è, si tratta di “donne vittime” o di “patriarcato interiorizzato”. Del resto non è difficile immaginare come si sarebbe scatenata la propaganda femminista se, anziché ad essere ucciso fosse stato un uomo, la vittima di violenza fosse stata una donna, magari la stessa fidanzata. Ci sarebbe stata la solita prosopopea della ragazza bella e intelligente, impegnata nel sociale, la cui vita è stata spezzata da un uomo violento che, imbevuto di mascolinità tossica e cultura patriarcale, l’avrebbe distrutta. Questo tipo di considerazioni, ci conduce verso una domanda: le donne, sono costrette a frequentare certi uomini o operano una libera scelta? Tolte le realtà del sottoproletariato, diventa difficile ipotizzare l’impossibilità di scelta, soprattutto per una ragazza che appartiene (come in questo caso) alle fasce d’oro della società. Silvia quindi, ha scelto Gabriel Bianchi. Fatti di Silvia, si dirà. Certo, se non fosse che tutto il dibattito sui temi di genere è improntato ad una narrazione che vede la categoria “a”, gli uomini, come privilegiati, violenti e oppressori. La categoria “b”, le donne, come vittime: sempre e comunque. Con questo alibi, ogni singolo fatto di violenza che accade nel mondo viene ricondotto agli uomini tutti come categoria, alla fantomatica cultura patriarcale. Alla luce della propugnazione di questa tesi (che ormai fa parte dell’ideologia dominante ed è “la tesi”), è necessario fare un po’ di luce su alcuni fatti, in particolare sul fatto che:

Accettando in pieno la definizione di mascolinista tossico, che statistica ricaviamo? *Quanti sono gli uomini violenti e possono essere questi rappresentativi di un intero genere?

  • Le donne oggi sono costrette nella manifestazione delle proprie preferenze oppure possono scegliere in autonomia chi frequentare?
  • Che natura hanno queste preferenze? Gli uomini violenti vengono isolati dalle donne?
  • L’ostentazione della fisicità, storicamente e culturalmente, appartiene più al maschile o al femminile?

La ben nota verità è che i tamarri e i violenti sono pochi, veramente pochi. Ma se alcune donne, inquinate dall’edonismo femminista e consumista imperante, accordano verso di loro la propria benevolenza, qual è il volto che la società rischia di assumere? Quanti giovani ragazzi saranno spinti ad aderire a questa idea distorta di virilità (femminea, appunto, in quanto basata sulla degenerazione narcisistica e fisica di alcuni lati della virilità) e scivolare verso la prevaricazione? Molte tesi antropologiche e sociologiche distinguono l’idealtipo del “maschio killer”, funzionale in passato alla sopravvivenza e per questo modello di elezione, dal maschio “nutricatore comunicatore”, più evoluto e maggiormente funzionale ad una società moderna e soprattutto “possibile”. La scelta verso un certo tipo di uomo o di donna come compagno di vita è un voto per l’ideale tipo di uomo e di donna che vogliamo; il tipo di uomo o di donna che scegliamo è il voto più importante che un essere umano possa fare. È un voto che inizia con il tipo di uomini e di donne che ammiriamo e vagheggiamo, continua con il tipo che sposiamo, si conclude con il tipo con cui facciamo dei figli (e rispetto a ciò, tutte le nostre capacità parentali diventano secondarie.) Da qui rilevo che è assai arduo che i maschi maschi sviluppino dentro di sé il nutricatore-comunicatore, quando coloro che dirigono la claque non applaudiranno di più gli uomini che ascoltano e fintanto che gli uomini non protesteranno contro il fatto di che vengano scelti per la loro capacità di vincere e non per la loro capacità di nutricare. Le donne continueranno a scegliere la versione riveduta e corretta del killer – l’uomo che «fa strage» nella sua professione – finché gli uomini non protesteranno. E gli uomini non protesteranno finché non vedranno il collegamento tra quel dovere e la morte prematura per infarto, cancro, suicidio e tutte le principali cause di morte. In breve, gli uomini non protesteranno finché non vedranno che continuare con il ruolo di “protettore” significa diventare il sesso di cui si può disporre a “piacere”. Ma qui, davanti a fatti come questo, andiamo ben oltre. Non si tratta della “bestia” scelta perché nei suoi tratti esteriori ricorda una scelta che è stata funzionale alla sopravvivenza per migliaia di anni, siamo davanti al trionfo completo del femminismo e alla degenerazione del femmineo che si è declinato come unico modo di stare la mondo: il narcisismo, il presenzialismo attraverso le immagini, la soggettività pura eletta a legge universale. Gabriele Bianchi e la sua cricca sono il prodotto della femminilità tossica, il risultato delle scelte del femminile, l’espressione del loro voto. E della barricata costruita dal femminismo per rendere le scelte delle donne al riparo da ogni giudizio morale.[7][8]

TESTO DI DEUSFUR DAL BLOG VITADABRUTTO.WORDPRESS

Note[modifica]